NOPHOTO – PHOTOGRAPHY AT PARATISSIMA

Il progetto di Paratissima 14 dedicato alla fotografia
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NoPhoto è la sezione di Paratissima dedicata alla fotografia.

Sin dalla scelta del nome, una sorta di spiazzante paradosso, s’intuisce la necessità di rappresentare un punto di rottura e di abbandonare i contenitori istituzionali dedicati alla fruizione delle opere d’arte, fotografiche e non. Infrangere i divieti e i limiti da essi imposti come, appunto, il divieto di fotografare, riformulare le logiche di relazione tra l’immagine fotografica e l’osservatore, diventano condizioni necessarie per una quotidianità in cui la fotografia è diventata il mezzo di comunicazione e di codifica/decodifica della realtà più utilizzato: semplicemente “no photo”, dunque, una vera e propria celebrazione di un codice nuovo e sempre più efficace di relazione con il mondo.

Incontri, approfondimenti e progetti curati: per questa nuova edizione NOPHOTO amplia i suoi confini e diventa il cuore pulsante della fotografia durante l’Artweek torinese.

Per l’edizione 2018, l’invito per i fotografi è stato quello di rispondere alla call “You call it strange, I call it familiar”, ideata e curata da Laura Tota.

Sono stati selezionati 31 fotografi che hanno interpretato con originalità il tema e offerto il proprio punto di vista personale.

All’interno dello spazio sono ospitati inoltre i vincitori dei Premi NoPhoto di Paratissima Bologna, Andrea Buzzichelli e di Paratissima Milano, Giacomo Infantino.

 

Il concept

“You call il strange, I call it familiar”

a cura di Laura Tota

Luoghi, odori, suoni, profumi e persone, ovvero piccoli tasselli che quotidianamente concorrono a definire la biografia di ogni individuo. Nell’atlante emotivo di ciascun essere umano, i percorsi impalpabili dei ricordi si intrecciano con la dimensione tangibile e tattile di oggetti comuni capaci di innescare cortocircuiti emozionali più o meno consapevoli. Le coordinate spazio/temporali necessarie per orientarsi all’interno della propria “comfort zone” riconducono spesso a elementi determinanti per la costruzione del proprio vissuto personale, ma spesso privi della medesima importanza per gli altri, piccole “madelaine” inspiegabilmente significative per se stessi, ma irrilevanti per uno sguardo esterno. Sono i luoghi dell’infanzia, gli oggetti da cui l’Uomo non riesce a separarsi, i profumi e la luce delle case in cui si è vissuto, i gesti sconosciuti che pian piano sono diventati familiari, sono tanto i volti rassicuranti di chi si ama quanto espressioni verbali, suoni e rumori incisi nel proprio DNA emotivo e il cui valore viene attribuito solo ed esclusivamente dagli occhi di chi guarda. Tutto concorre a definire il proprio hic et nunc in un continuo dialogo tra estraneità e familiarità, in un flusso osmotico tra vecchio e nuovo, in una costante riconfigurazione del proprio, unico e inimitabile bagaglio emotivo. “You call it strange, I call it familiar” è un invito rivolto a tutti i fotografi a indagare questa relazione, a delinearne i confini e a provare a spiegare, attraverso il proprio sguardo, quanto il concetto di familiarità sia relativo: quando l’occhio di chi scatta e quello di chi osserva non coincidono, ne risulta infatti una situazione di straniamento, un senso di smarrimento derivante proprio dalla non condivisione di vissuti, esperienze e situazioni. Indagare questo senso di spaesamento vuol dire varcare la soglia tra pubblico e privato, spogliarsi di fronte all’estraneo, condividere il non condiviso e scoprire nuove modalità di decodifica di una realtà che è tutto fuorché univoca e monocentrica.

Gli artisti in mostra