Meet the artist: intervista a Luisa Piglione

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Meet the artist: intervista a Luisa Piglione

Luisa Piglione racconta le vite degli altri a partire da se stessa alla ricerca di vissuti comuni: al confine tra il figurativo e il surreale, le sue illustrazioni sono una miscellanea tra disegno, collage e fotografia

Le tue coordinate, anagrafiche e geografiche.

Ho 38 anni. Sono cresciuta a Racconigi, un paese in provincia di Cuneo. La mia infanzia è stata scalza, sdraiata nei campi a guardare le nuvole cambiare forma e le cicogne volare, arrampicata sugli alberi a mangiare frutta appena colta e a rubare pannocchie dai filari. I vari tasselli della vita mi hanno portata poi a vivere a Torino negli ultimi 15 anni. Ho imparato ad amare questa città di fiumi austeri, monumenti ed infiniti controviali con tutta me stessa, ma dentro me porto ancora il verde, l’azzurro e gli ampi spazi della campagna.

Definiresti il tuo percorso formativo lineare o atipico?

Il mio percorso formativo è senz’altro atipico. Sono fondamentalmente autodidatta. Mi sono divisa per tutta la vita fra due grandi passioni: il disegno e la scrittura. Conservo scritti di tutti i tipi e disegni da quando ho imparato a tenere una matita in mano. Sono stata una bambina osservatrice e silenziosa, complicata e cervellotica. Suppongo siano stati gli strumenti che ho scelto per poter comprendere la realtà attorno a me e rielaborare le mie esperienze, i miei desideri, i miei pensieri e sogni.

I miei genitori avevano un grande giardino ombroso attorno a casa nel quale alcuni artisti locali venivano a dipingere e poi a chiacchierare con la mia variopinta mamma. Mi sedevo vicino a loro e con i fondi di colore avanzati dipingevo a mia volta. E stavo bene. Poi prendevo un libro e lasciavo che la storia mi portasse via da me. Sui miei quaderni inventavo viaggi ed avventure, sui diari raccontavo minuziosamente le mie giornate ad un interlocutore muto. Ho letto e scritto di tutto, ho disegnato pensieri ed intuizioni, momenti grandi e piccoli da ricordare. Sono passioni portate avanti parallelamente una vita intera e che raccontano molto di me.

Poi qualche anno fa ho tenuto un diario durante la malattia di una persona molto significativa nella mia vita. Alla sua morte è successo che d’improvviso mi sono ritrovata “senza parole”, come con una pagina bianca impossibile da scrivere. È stato allora che ho cominciato a dedicarmi maggiormente al disegno. Ho frequentato brevemente un corso di illustrazione condotto da Cinzia Ghigliano che mi ha aiutata a trovare la mia identità come illustratrice e poi ho proseguito da sola la mia ricerca artistica. Negli ultimi due anni ho ripreso, molto timidamente e senza dirmelo troppo, anche a scrivere, ma l’illustrazione è a tutti gli effetti diventata dei due lo strumento di narrazione privilegiato al quale le parole fanno da cornice o che lo scritto completa.

oltre di luisa piglione, tecnica mista, 21x46 cm, 2020, serie di 30 (Disponibilità: 30)
oltre di luisa piglione, tecnica mista, 21x46 cm, 2020, serie di 30 (Disponibilità: 30)

Ogni artista si differenzia per uno stile particolare, dato da una sommatoria di fattori differenti. La tua ricerca predilige un mezzo espressivo o una tecnica in particolare? Nelle tue opere vi è qualcosa di inevitabilmente ricorrente, a livello di soggetto o messaggio? Quali sono i tratti distintivi della tua ricerca? 

In assoluto ciò che più mi interessa della vita sono le persone: i pensieri che le attraversano, le esperienze che le trasformano, le emozioni che le scuotono, le storie che hanno da raccontare, i legami che le uniscono, l’intreccio di relazioni che le vite tessono, il percorso che le porta da un luogo della mente ad un altro.

Nelle mie illustrazioni racconto le persone, a partire da me stessa. Nei lavori su commissione le vite degli altri, i loro racconti, i dettagli che cambiano gli eventi, le emozioni, i loro pensieri che ospito in me. Alla stessa maniera, nella sorta di diario segreto per immagini che realizzo disegnando, allargo le mie esperienze a quelle degli altri e cerco vissuti comuni.

La mia ricerca gira come una giostra attorno al perno luminoso del significato.

Credo che, se dovesse essere classificato, il mio lavoro sarebbe considerato al confine fra il figurativo ed il surreale. È una miscellanea fra disegno, che è la tecnica principale, ma anche collage e fotografia.

Le tue fonti di ispirazione. Da dove scaturiscono le idee di nuovi progetti o lavori? Attualità, letture, circostanze casuali oppure ossessioni personali?

La mia fonte di ispirazione primaria è la mia stessa vita. I piccoli momenti di illuminazione che arrivano improvvisi, le riflessioni che dolcemente cambiano colore alle esperienze quando le comprendi. Attimi in cui senti che la vita si ferma in una piccola istantanea da non lasciar andare nel vento. Sovente trovo assonanze, come un’eco dei pensieri, nelle letture. La poesia, in particolare, funziona come un amplificatore emotivo e d’improvviso mi restituisce un’immagine mentale.

Quando realizzo commissioni, invece, chiedo di poter leggere lettere, vedere foto, chiedo racconti di vita che volentieri diventano lunghi e ripetuti caffè con i committenti, scambi di parole e momenti condivisi, perché io possa sentire l’altro, fare la sua esperienza un po’ mia e dunque poterla raccontare tramite l’illustrazione.

Il coinvolgimento è per me fondamentale, non riesco a disegnare nulla che non mi abbia toccata in qualche modo profondamente o che non abbia occupato uno spazio che ho reso disponibile dentro.

Dall’analogico al digitale: il processo dietro ogni tuo lavoro è frutto di un lavoro che coinvolge illustrazione, collage e fotografia. Ti va di illustrarcelo?

La realizzazione di ogni mio lavoro richiede molto tempo. Parte dal riconoscimento di un pensiero speciale, di un momento che sento come valevole di essere narrato, dall’individuazione di qualcosa che disegnando può restituirmi un significato e che vale la pena di essere ricordato. Solo così la sensazione di intuizione comincia a germogliare in immagine. Mi cullo dentro al pensiero, me lo tengo vicino fino a che non comprendo come tradurlo.

Solo quando l’immagine è pressoché completamente costruita nella mia mente comincio a realizzarla.

Per i soggetti umani a volte cerco fotografie di riferimento che mi servono da guida per il disegno, se non sono soddisfatta faccio autoscatti a me stessa e parto dalla mia stessa immagine. Talvolta fotografo in gran segreto persone in giro. Nel caso delle commissioni do indicazioni ai committenti su foto che devono fare a loro stessi, chiedendo in dettaglio posizioni da assumere ed espressioni da tenere. Ho sempre ricevuto in risposta grande partecipazione ed entusiasmo. Adoro la complicità che si crea con le persone nel fare le cose insieme, il sentirsi vicini nell’intimità di un progetto.

A partire dalle foto disegno e coloro a pastello ciascun soggetto, a mano e separatamente, poi ritaglio ciascun pezzo e compongo l’immagine finale su un fondo che ho dipinto. A tutto ciò sovente accompagno pezzi di libri, in particolare di poesia, che trasformo in elementi materici come ad esempio corde, fili d’erba, capelli o altre volte in origami che fotografo, stampo e poi ritaglio per incollarli sull’illustrazione finale.

Mi piace che il processo richieda tempo. Nel tempo che spendo maturo l’idea e soprattutto l’emozione ed i pensieri che la muovono, si solidifica lo spazio dentro me ed il significato si fa rotondo. Alla fine di ciascun lavoro mi sembra di aver pensato meglio a qualcosa, mi pare di essere cresciuta un altro poco.

Primavera in me di luisa piglione, tecnica mista, 30x40cm, 2017 Serie di 25 (Disponibilità: 25)
Primavera in me di luisa piglione, tecnica mista, 30x40cm, 2017 Serie di 25 (Disponibilità: 25)

Quali sono i tuoi soggetti preferiti e perché?

Il soggetto più ricorrente seppur non esclusivo è la figura femminile, intesa come una me simbolica, in quanto persona fra le persone, vita fra le vite. Trovo il corpo umano bellissimo in tutte le sue forme e adoro disegnarlo, studiarne i movimenti, le ombre, i contorni, la sostanza. Il corpo della donna è per me il più conosciuto ed armonico, ma non c’è corpo che non amerei disegnare. Trovo sia un contenitore meraviglioso per cose speciali. Mi piace l’idea di disegnare il pacchetto per svelare parte del suo contenuto, mi piace che nel riprodurre un’espressione si possa leggere un sentimento ed immaginarne la storia. Resta magico e prezioso ogni volta che lo faccio.

L’ambiente è spesso rarefatto, ed è lo spazio della mente, lo spazio dei pensieri ed il luogo non luogo delle emozioni.

Tutto ciò che vola ed è leggero mi fa sentire raccontata e mi dà l’idea rappresenti concetti a me molto cari, perciò disegno anche uccelli, farfalle, foglie come simboli.

Quando mia figlia mi domanda che animale sarei non ho mai dubbi nel rispondere qualunque animale voli.

Il primo amore non si scorda mai. Qual è’ l’opera o l’artista che in qualche modo ha lasciato un segno nel tuo precorso?

Da bambina mi sono perdutamente innamorata di Matisse. Mia madre mi ha portato, non avrò avuto più di 9, 10 anni, durante una vacanza, a visitare la sua casa museo a Nizza. È una casa di grandi vetrate e luce, di ampie stanze costellate di studio e passione, in cui l’arte ha convissuto costantemente ed ha guidato la vita dell’uomo. Ricordo di essere stata rapita dai colori, dal movimento, dalla quantità di studio dietro a ciascuna opera, dall’evoluzione costante, dalla tensione della ricerca. E soprattutto ricordo di aver desiderato questo anche per me. Matisse equivale per me al primo desiderio di fare arte, di viverci immersa dentro. Molto più tardi, ed in modo decisamente più consapevole, ho poi conosciuto l’opera e la vita di Frida Kahlo. Quello che di questa donna ed artista mi ha profondamente segnata è la verità di fondo, l’onestà del racconto, la schiettezza dell’immagine ed ancora la capacità di trasformare le esperienze della vita, anche le più dolorose, in bellezza.

senza titolo di luisa piglione, tecnica mista, 30x22 cm, 2020, serie di 30 (Disponibilità: 30)
senza titolo di luisa piglione, tecnica mista, 30x22 cm, 2020, serie di 30 (Disponibilità: 30)

Il rapporto/confronto tra artista emergente e curatore: lo definiresti necessario, occasionale o superfluo?

Lo ritengo necessario ed importante, per artisti emergenti ma non solo. Nel mio caso non soltanto perché il curatore va a colmare una difficoltà che per me è enorme, cioè quella di raccontarmi senza sentirmi completamente nuda, ma anche perché la curatela mi offre la possibilità di confrontarmi con qualcuno che mi guarda da molto vicino, entra un poco nella mia bolla e mi restituisce rimandi e impressioni sul mio lavoro in maniera costante. Inoltre, tutta l’attività di marketing e di promozione, nella quale non ho nessuna competenza e che mi mette molto a disagio, viene gestita da qualcuno che lo fa di lavoro. E non ultimo, permette il prezioso confronto con altri artisti e con il pubblico, creando incontro e fermento, e dunque crescita.

Stai lavorando a qualche progetto futuro in particolare? Una mostra o una serie di opere nuove?

Ho in programma una personale a Torino nel mese di dicembre. Per il resto sono sempre in corso d’opera, non c’è mai momento in cui io non stia realizzando un’illustrazione o non stia almeno pensando ad una nuova. È un’esigenza costante, senza la quale mi sento disorientata.

A tempo indeterminato, invece, il sogno è di poter avere un mio piccolo studio affacciato sulle vie del centro, dove accogliere le persone e farmi raccontare le loro storie davanti a mille caffè, fare spazio in me, lasciarmi attraversare e poi emozionarmi ancora ed ancora per trasformare le loro vite in illustrazione

Se un giovane ti chiedesse un consiglio su cosa è indispensabile per un artista agli esordi?

Non sono così affermata da sentirmi di dare consigli veri. Suppongo che direi che la passione è imprescindibile, dunque di fare arte prima di tutto per sé stessi, a prescindere dal risultato con il pubblico. Dedicarle tempo, impegno, costanza, pensieri. Non copiare. E, quando si è scoperta la propria identità artistica, osare, provare a lanciarsi.

La prima opera d’arte venduta segna una svolta, attesta il passaggio da un livello di produzione privato e personale a una dimensione professionale. Che ricordi hai in merito? A parte la mera transazione economica, tra artista e collezionista normalmente si crea un rapporto elettivo di scambio reciproco?

La mia prima opera è stata venduta allo Studio Emmequadro da Marco Corsaro che a tutti gli effetti è stato il mio primo curatore, la mia prima vetrina e la prima persona esterna alla mia vita privata che ha sviluppato una sincera passione per il mio lavoro ed un parallelo desiderio di mostrarlo agli altri e farlo dunque arrivare ad un pubblico. L’incontro fra il suo vulcanico entusiasmo ed il mio lavoro ha fatto sì che dal sassolino che un giorno gli ho timidamente lanciato mostrandogli il mio portfolio, venisse giù una frana stupefacente di mostre, commissioni e collaborazioni altre. Inoltre, oltre al rapporto professionale, che continua tuttora, è nata un’amicizia sincera e preziosa.

La prima illustrazione venduta si intitolava “Cosa resta dopo te”: ogni volta che Marco la metteva in vetrina, nei primi mesi, una copia veniva venduta. È stato un inizio magico.

Sono passati alcuni anni da allora ma non credo smetterà mai di stupirmi il fatto che le persone che desiderano una mia illustrazione, il più delle volte estranei fino ad allora a tutti gli effetti, leggano in quell’immagine qualcosa che li rappresenta in qualche modo. È straordinario per me il fatto che un pezzo della mia storia entri in quella di qualcun’altro, trovo una grande bellezza in tutto questo intreccio.

La prima commissione realizzata invece è arrivata circa un anno dopo e raccontava la storia di un padre e del rapporto con i suoi figli dopo la separazione dalla madre. L’ho intitolata “Ritmo sinusale”: c’è una corda che lui ed i bambini saltano, nell’immagine, che ho realizzato con il suo elettrocardiogramma. È stato il primo di molti intensi viaggi nelle vite degli altri e dentro me, nello spazio che lascio loro nei miei pensieri e nelle mie emozioni. La consegna è stata un momento memorabile, mi tremavano le gambe, ci siamo emozionati entrambi moltissimo. Questo accade ogni volta che consegno, dopo la lunga gestazione, una commissione. È uno scambio intenso e speciale.

Tre hashtag indispensabili per definire la tua poetica e a cui non potresti mai rinunciare…

#artechecura #momentidivita #cercarebellezza

Un venerdì di luisa piglione, tecnica Mista, 17x43cm, 2017
Serie di 25 (Disponibilità: 25)
Un venerdì di luisa piglione, tecnica Mista, 17x43cm, 2017 Serie di 25 (Disponibilità: 25)
Laura Tota
comunicazione@paratissima.it